Quando parliamo di identità personale, non possiamo ignorare il ruolo centrale della cultura. Non si tratta solo di abitudini, lingua o tradizioni: è questione di struttura interna, di quel filo invisibile che ci tiene legati a un contesto, a un senso di “chi siamo”. Ma cosa succede quando questo filo si fa sottile o si spezza? Le risposte non sono mai semplici, ma cominciamo a guardare più da vicino.
Cultura come architettura invisibile
Ogni persona nasce già immersa in una cultura, come in una casa già arredata. Non l’ha scelta, ma ci cammina dentro ogni giorno, imparando dove sono porte e finestre. La cultura dà significato ai gesti più banali: come salutiamo, come mangiamo, perfino come viviamo il tempo. Ci plasma prima ancora che possiamo riconoscerla.
Chi cresce tra più culture sa cosa vuol dire avere identità ibride. Non è solo vantaggio o ricchezza, ma anche confusione, talvolta frizione. Lo vediamo nei figli di immigrati: due mondi, spesso in contrasto, convivono nelle stesse parole. E spesso, uno dei due finisce per prevalere solo perché è quello più premiato socialmente.
I rituali come specchi dell’identità
I rituali, anche quelli informali, sono fondamentali per riconoscerci nel tempo. Festeggiare il Natale, osservare un lutto, cucinare certi piatti la domenica: tutto questo tiene insieme la narrazione di chi siamo. Quando questi rituali si perdono o vengono sostituiti in modo superficiale, qualcosa si spezza.
Quando il folklore diventa merchandising
Attenzione però ai falsi ritorni. Riadattare le tradizioni solo per vendere qualcosa – come capita spesso con la cultura popolare – svuota i simboli del loro senso. Un tamburello appeso a una parete non restituisce di per sé l’identità perduta. La cultura non è souvenir: è vissuto quotidiano, è domanda e risposta, è lingua madre che non si traduce.
La forza e la fragilità della lingua
La lingua è probabilmente l’elemento più potente della cultura. Non solo veicolo, ma contenitore di mondi. Basti pensare a parole intraducibili che racchiudono intere visioni del vivere. Quando perdiamo pezzi di lingua, perdiamo l’accesso a certi pensieri. E no, non basta essere “fluente” in due idiomi per avere pieno accesso a entrambe le culture.
L’abbandono linguistico, spesso imposto dalle dinamiche di integrazione, taglia i ponti con la memoria. Molti giovani parlano ancora il dialetto dei nonni? Pochi. Ma in quel dialetto c’erano forme di amore e paura che l’italiano standard non sa dire bene. Lasciar morire una lingua, anche se “piccola”, equivale a perdere una lente sulla realtà.
Cultura e identità ai tempi dei social
Oggi i social media giocano un ruolo ambiguo. Da un lato, permettono di condividere e trasmettere contenuti culturali a una velocità mai vista. Dall’altro, creano illusioni di riconoscimento. Pubblicare uno spezzone di danza tradizionale su TikTok non significa portare avanti una cultura. Senza contesto e profondità, resta solo spettacolo.
Spesso vedo giovani che cercano identità nei feed altrui. Seguono tendenze, recuperano radici in modo estetico – un abito, una parola, una ricetta – ma senza mettersi pienamente in gioco. Riconoscersi in una cultura richiede fatica, confronto, perfino conflitto. Non basta un hashtag.
La cultura non è statica, certo. Ma cambiare non significa appiattire o rendere tutto “instagrammabile”. Significa riabbracciare domande radicate, anche scomode: Chi eri prima che ti dicessero chi dovevi essere?